Democrazia europea compact

di ROBERTO MUSACCHIO

Si succedono in questi giorni appelli, più o meno autorevoli, che tendono a definire l’approvazione del Fiscal Compact  come una sorta di passaggio obbligato, che però potrebbe avere la capacità maieutica di riaprire un processo di più compiuta integrazione europea. Gli accenti sono anche diversi e per alcuni il trattato intergovernativo è un male da cui provare a far scaturire un bene. Per altri è un elemento positivo in sé che però non basta. In alcuni si vede la voglia di provare a fare una sorta di “ mossa del cavallo “, tentando un gioco di intellighenzia, anche di sponda ai dibattiti aperti nelle compagini governative. Il più compiuto di questi testi , significativamente ospitato dal Corriere della Sera, porta come sottoscrittori autorevoli esponenti italo tedeschi di varie famiglie culturali e politiche, dalla popolare, Cdu e Pdl,  alla socialista, socialdemocratica e democratica, ai verdi e ai liberali.

La situazione così grave in cui siamo chiede che ogni occasione sia colta per provare a costruire consapevolezza e capacità di azione. Consapevolezza e capacità d’azione che sembrano mancare, essendo ancora  confinata la reazione democratica agli atti in corso a contestazioni anche di massa delle loro conseguenze materiali che si manifestano con le politiche di austerità,  ma ad assai più circoscritte possibilità  di replica al disegno complessivo.

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Dove va la sinistra europea?

di ROBERTO MUSACCHIO

Visto che ormai è evidente a tutti che le scelte politiche si fanno a dimensione europea, sarebbe  necessario provare a capire se c’è una sinistra europea e che cosa fa. Quando si parla di sinistra europea, la mente va naturalmente subito al suo aggregato più grande e corposo, quello che si ritrova nel Partito socialista Europeo. Difficile prescindere dal dato che i socialisti sono stati una parte fondamentale della costruzione dell’Unione europea, avendo tra l’altro, ai tempi della Commissione Delors, socialista,  e quindi del momento decisivo di  sua concretizzazione, una presenza in 13 governi su 15 dell’allora consesso di Stati partecipanti. Come è difficile sfuggire all’altrettanto concreta constatazione che oggi la presenza socialista nei governi della Ue a 27 è ridotta ai minimi termini.

Per questo la riflessione aperta in quel campo è di grande interesse. Da ultimo sta circolando un documento dal titolo “ Per una alternativa socialista europea “, firmato da molte figure del Pse con l’esclusione dei leader di primissimo piano operativo. Il testo ne segue altri che hanno visto la luce in questi mesi passati. Dall’appello “Change Europe“, che provava a raccogliere adesioni più a tutto campo, e dunque anche in altri settori verdi e di sinistre radicali. Ad appelli franco – tedeschi, legati all’ambito socialista e verde, prefiguranti cioè una qualche ipotesi di governo di centro sinistra per quei due paesi e una qualche possibile relazione tra le loro possibili politiche future.

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Il libro nero delle pensioni

di ROBERTO MUSACCHIO

In realtà si tratta di un “libro bianco“, cioè quegli elaborati pubblicati dalla Commissione europea per dare corso a determinate indicazioni su determinate materie. Di solito ne segue una direttiva o una raccomandazione. Nel caso delle pensioni, si dice che la competenza è sì degli stati membri, ma non è difficile prevedere che, specie ora che c’è la “governance” europea sui conti, si troveranno misure assai cogenti per intervenire. Ed è la natura degli interventi che mi spinge a definire il libro “nero“.

Come sempre, la logica europea è stringente, costruita su un’assioma. In questo caso è la constatazione lapalissiana che c’è un incremento della vita media e un aumento della popolazione anziana. A dire il vero non è poi neanche così scontata neanche la logica demografica. In realtà nel mercato del lavoro europeo ormai ci sono anche quote consistenti e crescenti di lavoratori immigrati che sono assai più giovani e che versano contributi significativi senza che sia neanche chiaro se e dove godranno di un regime pensionistico. Ma lo stesso assioma demografico meriterebbe almeno dei correttivi significativi con altri parametri. Ad esempio, gli incrementi di produttività che si verificano. O i tassi di occupazione che si devono determinare. O anche i livelli contributivi auspicabili.

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Un Trattato da rifiutare

Il cerchio si stringe. Il processo di cambiamento di natura dell’Europa nel suo complesso, e degli stessi  Stati, fa un passo in avanti che ha un peso enorme, una vera e propria chiusura del recinto, per usare una metafora che si è andata diffondendo per indicare questa fase postdemocratica in cui stiamo vivendo. Bisogna avere ben chiaro di cosa si sta decidendo. Una modifica del Trattato Europeo, che poi è più precisamente un Patto Fiscale Intergovernativo, sottoscritto appunto dai governi, e che porta a compimento la ricostruzione degli architravi europei iniziata con la task force salva-Stati e poi continuata con la costruzione di Europlus, l’approvazione del “six pack”, e articolatasi nei vari Stati con le manovre finanziarie dettate da Bruxelles e l’evoluzione dei quadri politici di vari paesi – in queste ore è la Slovenia che sta per avere un banchiere a capo del governo – verso esecutivi funzionali al processo in corso.

Il patto fiscale intergovernativo per altro ha in sé la spudoratezza di non risultare neanche una revisione del trattato europeo, ostacolato come è per altro dal veto inglese, ma fa sì che i governi si arroghino il potere di modificare direttamente le loro Costituzioni nazionali. Un potere che se pure magari rispetterà alcune procedure formali previste, sarà talmente indiscutibile che queste modifiche costituzionali avverranno, e anzi già avvengono, per l’imperio dalla dichiarazione di stato di emergenza che ormai vige in Europa.

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La Grossa Coalizione

Martin Schultz è il nuovo presidente del Parlamento europeo.E’ stato eletto dai voti dei Socialisti e Democratici e dei Popolari. Contro di lui due candidati, uno liberale, sostenuto anche dai Verdi, e uno euroscettico. Il leader della Spd, da tempo capogruppo dei Socialisti e Democratici a Bruxelles, è noto anche in Italia per essere stato al centro di molti scontri, anche plateali, con Berlusconi. Le immagini televisive di alcuni di questi scontri, sono diventate abituali anche per gli italiani. Continua a leggere

I cinque dogmi della Deutsche Bank

Riccardo Petrella ha inviato la lettera che riporto qui perché ci segnala una lettura particolarmente interessante, e cioè cosa pensa la Deutsche Bank delle privatizzazioni. Leggiamola attentamente!

Ecco la lettera di Riccardo (in francese): “Chères Amies, Chers Amis, j’ai lu le dernier rapport de recherche de la Deutsche Bank sur les  privatisations en Europe, signalé par le European Corporate Observatory . Il s’agit d’un inepte ramassie de dogmes. Dommage que même des forces politiques qui se disent de gauche (on ne peut pas parler de gouvernements de gauche car il n’en existe plus un seul en Europe!) prêtent attention à ce genre de littérature… En annexe un petit échantillon de dogmes  dont le court rapport (16 pages) est farci. Il faut lutter…lutter…. Bien cordialement, Riccardo Petrella”.

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A che serve essere europei

L’unica volta che i cittadini italiani hanno votato per esprimere direttamente la loro opinione sull’Europa è stato l’11 maggio 1989, in un referendum consultivo, in cui cioè erano chiamati ad esprimere il loro parere su un quesito che recitava: “Ritenete che si debba trasformare la Comunità Europea in una effettiva Unione dotata di Governo responsabile di fronte al Parlamento affidando allo stesso Parlamento il mandato di redigere un progetto di Costituzione da sottoporre a ratifica dagli organi competenti degli  Stati membri?“.  Il risultato fu nettissimo: ben 29 milioni di si, l’88%, solo il 12% di no, ed una partecipazione al voto del 66,83%.

Da allora non si è più votato per esprimersi direttamente sulle scelte europee in quanto i vari trattati, quello di Maastricht e quello Costituzionale di Lisbona, sono stati ratificati senza consultare il popolo e direttamente dal Parlamento. Gli unici momenti in cui si è votato direttamente sull’Europa sono state dunque le elezioni per il Parlamento Europeo nelle quali c’è stata sempre un affluenza alle urne abbastanza alta, superiore anche di molto al 50%, ben più ampia di quella di molti altri Paesi, anche se al di sotto di quella delle altre competizioni elettorali nazionali e molto concentrata nella campagna elettorale più sui temi italiani che su quelli europei.

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L’Unione vista da Berlino

Ma come si vede l’Europa dalla Germania? L’occasione per farmene una idea mi viene dal seminario, anzi due, che la Rosa Luxemburg, fondazione politica culturale della Linke, e il gruppo della stessa Linke al Bundestag, hanno organizzato per il fine settimana passato.

Io sono stato invitato ad intervenire a quello che si tiene presso gli storici locali della Fondazione a Berlino est, davanti ai quali ci sono le bandiere con le immagini della grande Rosa, simbolo di un comunismo che non fu. Prima però approfitto di un arrivo anticipato per assistere anche alla mattinata di lavoro al Parlamento tedesco. Già lì, nella bellissima sala Europa del Bundestag, gli interventi, aperti da uno degli storici leader della sinistra tedesca, il capogruppo Gysi, hanno il coraggio di mettere a fuoco il peso che gli interessi made in Germany, hanno sulle decisioni, cattive, che l’Europa del duo Merkel-Sarkozy, ora sempre più trio con l’arrivo di Monti, sta prendendo.

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La gauche francese si muove

La sinistra francese rompe gli indugi e si mobilita contro l’austerità. Naturalmente conta non poco che si sia in piena campagna elettorale, ma è un fatto importante che tutta la gauche, socialisti e comunisti in testa, partecipino alle mobilitazioni sindacali trovando punti comuni di piattaforma politica. Questo, nonostante la sfida aperta tra il candidato socialista Hollande e quello del front de gauche, Pcf e Parti de gauche, Melanchon. Tutta la sinistra dice no alla austerità di Merkel e Sarkozy; dice no o almeno frena sulla introduzione del pareggio di bilancio in costituzione, la cosiddetta regola d’oro e propone di ricontrattare le misure eurpee. Non è poco e da’ qualche speranza.

Le due Europe al lavoro

Le due Europe, quella tecnocratica del trio Merkel-Sarkozy-Monti e quella dell’altra Europa democratica, si sono entrambe riunite in questi giorni. Partiamo dalla prima, quella che purtroppo ha più potere, per ora.

Il Consiglio europeo dell’8-9 dicembre ha proceduto lungo la linea prevista. Niente salti in avanti ma un – consistente – consolidamento dell’impianto di governance, così si chiama ormai mutuando il linguaggio aziendalistico, già robustamente avviato in questi mesi. Riassumendo in breve le due novità, non da poco, sono che si dà indicazione per l’inserimento nelle Costituzioni nazionali della cosiddetta “regola d’oro”, cioè il pareggio di bilancio. In Italia si fa con una maggioranza talmente bulgara che non ci sarà neanche la possibilità di passare poi per un referendum popolare.

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